oldies

Ma eravamo davvero noi due quelli delle vecchie foto?

In questa ultima settimana, sia il mio fido compare che io, abbiamo avuto l’influenza: tutti e due con la tosse, io non respiravo, lui con il mal di schiena; io non riuscivo a fare tre passi, lui camminava come il gobbo di Notre-Dame.

Ebbene: in questi giorni di Fluibron e massaggi di arnica, ci siamo presi cura l’uno dell’altra, abbiamo riso del fatto di essere due rottami, ci siamo anche insolentiti come facciamo da circa cinquanta anni a questa parte e forse ne usciremo risanati.

Il punto però è che non ci eravamo mai resi conto di essere due vecchi: continuiamo a progettare viaggi, a parlare di vacanze e di come aiutare nostra B. ad avere un futuro sereno. Ma il nostro futuro è corto e non siamo più quei due delle foto vecchie.

Eppure quando lui mi chiede se voglio il caffè e io gli preparo la pizza, lui mi porta il libro che ho dimenticato in cucina ed io gli massaggio la schiena  non ci sentiamo vecchi: a tratti siamo persino ancora innamorati e dimentichiamo di brontolare.

Mi dispiace tantissimo per le mie amiche che non ce l’hanno fatta: io ho avuto sicuramente una gran fortuna. M. non è certo il principe azzurro, ma è onestamente e da lungo tempo innamorato di me ed io , a conti fatti, posso dire che lo ricambio : forse la passione è questa, la voglia pervicace di invecchiare stretti a quella persona …nonostante.

E se la nostra B. è stata la cosa più splendidamente splendente che potesse capitare nella nostra vita,( e non possiamo neanche immaginare lontanamente una vita senza di lei) è anche vero che alla fine siamo lui ed io, come all’inizio : ed è giusto così.

 

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roots

Quarant’anni fa, pressapoco a quest’ora, ci siamo abbracciate per la prima volta.

Nessuno ci crede, ma io conoscevo già il tuo visino, senza aver mai fatto ecografie, sapevo che tu eri proprio quella che sognavo da nove mesi e ti ho riconosciuta. E mi ha preso una grande paura: che responsabilità pazzesca scagliare nel mondo una cucciolina così bella ed indifesa e sapersene prendere cura fino alla fine dei giorni.

Mi hanno aiutato non solo quel magnifico uomo che è il tuo papà, ma anche tutte quelle persone che rappresentano le tue radici.

Da nonna Romana hai preso l’autoironia, la capacità di accogliere il mondo nelle tue braccia ed una certa dose di “burberaggine” che non stona mai.

Da nonna Mary hai preso la tenacia, l’orgoglio,l’autostima.

Da tutti loro, nonni e nonne, hai preso il senso di giustizia e l’onestà: in particolare credo che l’assenza di pregiudizi ti venga da nonno Elio.

Da tutti la capacità di non prendersi troppo sul serio.

Non so se io, in prima persona, sono stata in grado di assolvere i miei compiti: dalle cose meravigliose che hai scritto per il mio compleanno si direbbe di sì.

Siamo sicuramente , papà ed io, due genitori sgangherati che spesso ti mandano fuori di testa, ma se è vero che tutto quello che serve ad un bambino per crescere è la certezza di essere amato, allora non ho dubbi: sei stata, sei e sempre sarai amatissima ed adorata nostra bimba.

Buon compleanno, baby. Stand and be proud of yourself. Always.

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sulle donne…

riporto pari-pari uno scambio di articoli di due grandissime scrittrici della generazione di mia madre che hanno contribuito a formarmi negli anni della mia adolescenza, perché le trovo quanto mai attuali e mi sembra che rappresentino appieno il mio pensiero.

Per questo vorrei condividerle.

Discorso sulle donne
di Natalia Ginzburg

L’altro giorno m’è capitato fra le mani un articolo che avevo scritto subito dopo la liberazione e ci sono rimasta un po’ male. Era piuttosto stupido: quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne.
Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante (…) M’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che mi indiceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai.
Ho conosciuto moltissime donne, donne tranquille e donne non tranquille, ma nel pozzo ci cascano anche le donne tranquille: tutte cascano nel pozzo ogni tanto. Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle, donne che riescono a girare i paesi e donne che non ci riescono, donne che hanno mal di testa ogni tanto e donne che non hanno mai mal di testa, donne che hanno tanti bei fazzoletti e donne che non hanno mai fazzoletti o se li hanno li perdono, donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre, donne che zappano tutto il giorno in un campo e donne che spezzano la legna sul ginocchio e accendono il fuoco e fanno la polenta e cullano il bambino e lo allattano e donne che s’annoiano a morte e frequentano corsi di storia delle religioni e donne che s’annoiano a morte e portano il cane a passeggio e donne che s’annoiano a morte e tormentano chi hanno sottomano, e donne che escono il mattino con le mani viola dal freddo e una sciarpetta intorno al collo e donne che escono al mattino muovendo il sedere e specchiandosi nelle vetrine e donne che hanno perso l’impiego e si siedono a mangiare un panino su una panchina del giardino della stazione e donne che sono state piantate da un uomo e si siedono su una panchina del giardino della stazione e s’incipriano un po’ la faccia.
Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi con lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne incominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene , o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno pochi vestiti; queste sono le ragioni che danno a loro stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio.
Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. Le donne hanno dei figli, e quando hanno il primo bambino comincia in loro una specie di tristezza che è fatta di fatica e di paura e c’è sempre anche nelle donne più sane e tranquille. E’ la paura che il bambino si ammali o è la paura di non avere denaro abbastanza per comprare tutto quello che serve al bambino, o è la paura d’avere il latte troppo grasso o d’avere il latte troppo liquido, è il senso di non poter più girare tanto i paesi se prima si faceva o è il senso di non potersi più occupare di politica o è il senso di non poter più scrivere o di non poter più dipingere come prima o di non poter più fare delle ascensioni in montagna per via del bambino, è il senso di non poter disporre della propria vita , è l’affanno di doversi difendere dalla malattia e dalla morte perché la salute e la vita della donna è necessaria al suo bambino.(…) Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che dovono fare è difendersi dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perchè un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. così devo imparare a fare anch’io per la prima perchè se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finchè sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi

Alba De Céspedes
Lettera a Natalia Ginzburg

Mia carissima, voglio scriverti due parole appena finito di leggere il tuo articolo. E’ così bello e sincero che ogni donna, specchiandosi in esso, sente i brividi gelati nella schiena. Tuttavia, per un momento, avevo pensato di non pubblicarlo, temendo di commettere un’indiscrezione verso le donne nel rivelare questo loro segreto. Inoltre pensavo che gli uomini lo avrebbero letto distrattamente, o con la loro vena d’ironia, senza intuire l’accorata disperazione e il disperato vigore che è nelle tue parole, e avrebbero avuto una ragione di più per non capire le donne e spingerle ancora più spesso nel pozzo. Ma poi ho pensato che gli uomini dovrebbero infine tentare di capire tutti i problemi delle donne; come noi, da secoli, siamo sempre disposte a cercare di capire il loro. Ti dirò che nel pubblicare il tuo “discorso” ho dovuto vincere un senso istintivo di pudore: lo stesso, certo, che tu avrai dovuto vincere nello scriverlo. Poiché anch’io, come tutte le donne, ho grande e antica pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi e vi cado proprio di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori dal pozzo, lo credo.
Ma – al contrario di te- io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo in un pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono tutto quello che gli uomini- i quali non cadono mai nel pozzo- non comprenderanno mai.
Nel pozzo sono pure le più dolorose e sublimi verità dell’amore, anzi, sono nel fondo più profondo di ogni pozzo, ma le donne, tutte le donne delle quali tu parli, vi crollano dentro così pesantemente da riuscire a toccarle. E noi siamo spesso infelici in amore appunto perché vorremmo trovare un uomo che anche lui cadesse qualche volta nel pozzo e, tornando su, sapesse quello che noi sappiamo. Questo è impossibile, vero, cara Natalia?, e perciò è impossibile per noi veramente essere felici in amore. Ma quando si cade nel pozzo si sa anche che essere felici non è poi molto importante: è importante sapere tutto quello che si sa quando si viene su dal pozzo.
Del resto- tu non lo dici ma certo lo pensi- sono sempre gli uomini a spingerci nel pozzo;magari senza volerlo. Ti è mai accaduto di cadere nel pozzo a causa di una donna? Escludi naturalmente le donne che potrebbero farci soffrire a causa di un uomo, e vedrai che, se vuoi essere sincera, devi rispondere di no. Le donne possono farci cadere nell’ira, nella cattiveria, nell’invidia, ma non potranno mai farci cadere nel pozzo. Anzi, poiché quando siamo nel pozzo noi accogliamo tutta la sofferenza, che è fatta, prevalentemente, dalla sofferenza delle donne, siamo benevole con loro, comprensive, affettuose. Ogni donna è pronta ad accogliere e consolare un’altra donna che è caduta nel pozzo: anche se è una nemica. E gli uomini non solo ignorano l’esistenza di questi pozzi, e tutto ciò che si impara quando si cade in essi, ma ignorano anche d’esser proprio loro a spingervi le donne con tanta spietata innocenza.
Vedi, cara Natalia, proprio a proposito di questi pozzi io ho tanto insistito perché Maria Bassino, uno dei maggiori penalisti italiani, difendesse il diritto delle donne ad essere magistrati. Perché spesso è proprio nel fondo del pozzo che le donne uccidono, rubano, compiono insomma tutti quei gesti che le umiliano, soprattutto perché sono contrari al naturale rispetto che ogni donna deve a se stessa.
Anche i magistrati ignorano tutto ciò, perché i magistrati – appunto- sono uomini. E non giusto che le donne siano giudicate soltanto da chi non conosce come esse sono veramente, e perché agiscano in un modo piuttosto che in un altro, mentre gli uomini sono sempre giudicati da coloro che, per essere della loro stessa natura, sono i più adatti ad intenderli.
Chi scende nel pozzo conosce la pietà. E come si può vivere, agire, governare con giustizia senza conoscere la pietà?
Tu dici che le donne non sono esseri liberi : e io credo invece che debbano soltanto acquisire la consapevolezza delle virtù di quel pozzo e diffondere la luce delle esperienze fatte al fondo di esso, le quali costituiscono il fondamento di quella solidarietà, oggi segreta e istintiva, domani consapevole e palese. Che si forma fra le donne anche sconosciute l’una all’altra. Del resto essere liberi dal dolore, dalla miseria umana, è veramente un privilegio? La superiorità per una donna è proprio nella possibilità di finire su una panchina, come tu dici, in un giardino pubblico, anche se è ricca, anche se scrive o dipinge, anche se ha occhi belli, gambe belle, bocca bellissima. Anche se ha vent’anni. Perché neppure la gioventù dà alla donna la sicurezza che tanto spesso possiedono gli uomini, e che è solo ignoranza della reale condizione umana.
Scusa, mia cara, questa lunga lettera. Ma volevo dirti che, a parer mio, le donne sono esseri liberi. E, tra l’altro, volontariamente accettano di essere spinte nel pozzo; delle sofferenze che esse patiscono nel pozzo vorrei parlarti a lungo, perché tutte le sofferenze sono nella vita delle donne; ma allora, per essere perfettamente onesta, dovrei anche parlarti di tutte le gioie che esse trovano in loro.
E di questo non posso parlarti oggi perché mi trovo- come spesso- nel pozzo.
Ti abbraccio, cara.
Alba de Cèspedes

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Madri ( e figlie?)

In questi giorni ,  mi sono chiesta spesso quando si smette di essere madre:  i figli sono persone autonome, adulte e consapevoli e tu puoi solo stare a guardare…lo “sciamanesimo” (= “bibi bibi pussa via, non toccar la bimba mia!) non funziona più e non c’è assolutamente niente che tu possa fare per eliminare problemi e sofferenza all’amore della tua vita.

Allora ho pensato a come mi sentivo a quarant’anni con la mia mamma e ho capito di non avere mai smesso di accucciarmi sul suo cuore (metaforicamente!);  che il sapere che lei c’era mi faceva automaticamente sentire al sicuro: anche negli ultimi tempi , se appoggiavo la guancia sul suo viso, mi sentivo tutta racconsolata e capita ed amata.

Ricordo  pomeriggi sereni; io bambina che ascolto la radio dei ragazzi, lei che canticchia, la signora Rosetta che ci rivolta i cappotti e borda le lenzuola, mio fratello gioca in cortile; e mattine “coccolose”, un poco di febbre, niente scuola, lei torna dalla spesa con dei giornalini (Topolino, Tiramolla, L’intrepido…) e mi bacia la fronte e mi prepara il riso al latte. E sentirla cantare mentre si muove per la casa.

A lei piaceva stare con le sue amiche: la signora Catherine (la sua preferita e i cui figli sono tuttora amici-famiglia per me!), la signora Palmira e tante altre.

A carnevale le sarebbe piaciuto portarci in piazza Vittorio alle giostre e a vedere i carri, ma uno dei tre aveva sempre la febbre e allora si metteva un cappellino, mi vestiva da Cappuccetto Rosso con un suo grembiule,per l’appunto rosso; vestiva mio fratello con un cappello da cow-boy, friggeva le bugie e festeggiava così.

Ecco: il riso al latte della mia mamma è stato il mio confort food per tutta la vita, anche da adulta, nei momenti di malinconia o di crisi, senza che glielo chiedessi, mi faceva trovare il riso al latte…e non ridete, perché non avete idea di cosa significhi!

Ripensare alla mia mamma non mi rende triste, perché so che questi ricordi di infanzia-adolescenza-maturità-vecchiaia che mi ha lasciato, ripensare a sapori, profumi e canzoni perdute; continua a farmi sentire al sicuro, perché l’ho avuta e , come mio papà, non se ne è mai veramente andata.

“Blossoms will run away

Cakes reign but a Day,

But Memory like Melody,

Is pink eternally”

(Emily Dickinson)

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about a girl…

Poteva mancare il solito, stucchevole post di compleanno per la mia B.? Certo che no!

Ti ho amata ancor di più in questi difficili ultimi mesi : ho amato la tua capacità di lottare, di metterti in discussione, di cercare sostegno e forza in quella meravigliosa tua cerchia di amicizie senza cedere all’autocommiserazione.

Avrei voluto poterti mettere al sicuro da tutto quel dolore, ma ho anche sempre  saputo che tu ce l’avresti fatta.

Non c’è niente che io possa dire che tu non sappia e che non abbia già detto.

Posso solo ripetere ora e all’infinito che tuo padre ed io ti amiamo tantissimo e non ci sono genitori più fieri di noi per quello che tu sei. Nunc et semper.

Buon compleanno, amore grande. continua a camminare nella vita così, splendente.

Ecco la poesia di quest’anno.

“Spero che non perderai mai il senso di meraviglia,
che ti sentirai sazia mangiando
ma non perderai mai quella fame;
possa tu non dare mai per scontato
neppure un singolo respiro,
possa Dio proibire all’amore
di lasciarti a mani vuote.

Spero che tu ti senta ancora piccola
quando sei in piedi davanti l’oceano.
Quando una porta si chiude
io spero che un’altra si apra;
promettimi che darai a ciò in cui credi
una possibilità di lottare.

E quando ti si presenterà la scelta
di star seduta in disparte
o di danzare
spero che danzerai,
spero che danzerai.

Spero che non avrai mai paura
di quelle montagne lontane,
che non ti accontenterai mai
del sentiero più facile;
vivere può voler dire assumersi dei rischi
ma vale la pena farlo,
amare può rivelarsi un errore
ma vale la pena farlo.

Non permettere a un cuore caparbio
di lasciarti amareggiata;
quando senti che stai per tradire te stessa
ripensaci,
offri ai cieli sopra di te
qualcosa di più di uno sguardo fuggevole.

E quando ti si presenterà la scelta
di star seduta in disparte
o di danzare
spero che danzerai,
spero che danzerai.”

|Hwang Jin Yi||

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Riflessioni

La sensazione più strana dell’essere in pensione è forse quella di smarrimento: dopo 62 anni ( ponendo a sei l’inizio della scuola), ti rendi conto che, per la prima volta ,non hai impegni:non devi studiare, non hai esami da preparare, non hai un orario preciso in cui devi fare qualcosa, nessuno verrà ad interrogarti, giudicarti e così via.

D’altronde non sei più tu: buona parte della tua identità veniva dal tuo lavoro. Probabilmente sono io che l’ho vissuto così; forse perché mi è costato tanto e avevo riposto tante aspettative e tanti sogni ( assolutamente irreali!) in questo mestiere quando ero giovane che adesso è come se fosse tutto finito prima di cominciare.

Non ho fatto la differenza: il mio fido compagno è andato in pensione “risolto”: il suo modo di essere e lavorare ha fatto la differenza per tante persone. Io ne sono fiera.

Non ho fatto la differenza: una somma di scelte “baravantane” (io, non il destino crudele o la mafia irlandese!) mi ha reso mediocre.

Comunque va bene  così. posso alzarmi quando voglio, leggere fino a notte fonda, aprire lo studio in orari comodi, uscire per l’aperitivo, programmare cene ,pranzi e scampagnate a mio piacere: ho meno soldi, ma sto molto meglio di tanti altri  e di questo sono grata.

Ieri sera guardavo i bei visi leali delle persone che mi hanno accompagnato nell’ultima parte del mio percorso professionale e pensavo che loro sì, loro hanno fatto la differenza.

Abbiamo condiviso e risolto insieme problemi, incazzature, risate e milioni di tazze di caffè e se mi resta la loro amicizia, mi resta tutto quello che è importante nella vita.

Tra di loro spiccava il faccino solare della mia B. e il bel viso aperto del suo compagno: e questo è ciò che conta.

Poi sono tornata a casa dall’altro pensionato che occupa abusivamente parte della mia casa e della mia vita e mi sono sentita al sicuro. non si può chiedere di più.

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Fairy tales

Tutte le fiabe finiscono con la principessa che balla il valzer con il principe azzurro. O meglio, iniziano il loro “…e vissero insieme felici e contenti”.

Io ho finito, (o meglio, iniziato) con una canzone di Mina,mangiando un tramezzino con le acciughe tra le braccia di un principe arcobaleno.

Sì, perché il mio dolce e vecchio amore è in technicolor: verde, grigio, rosso, azzurro…dipende dai giorni.

All’inizio della nostra vita insieme, abbiamo accumulato un mare di errori: ce li rinfacciamo ancora adesso, che non li facciamo più. Ma siamo insieme da quarantacinque anni (5+40).Nessuno dei due ha mollato: pura testardaggine. Piuttosto che accettare un fallimento,abbiamo tenuto duro.Siamo invecchiati ed abbiamo trascorso tutto questo tempo insieme litigando praticamente sempre e non ce ne siamo neanche accorti.

Forse perché ci diciamo le peggio cose e un minuto dopo usciamo insieme per mano o organizziamo un viaggio o decidiamo qualunque cosa da fare come se niente fosse: pappa e ciccia (io ciccia, lui pappa).

Solo ieri sera, alla vigilia di questo quarantesimo anniversario di nozze ho realizzato che era trascorso tutto questo tempo, che siamo “una coppia di anziani coniugi” ed io non me ne ero accorta. Sembra ieri. Tutte le fatiche, le liti, le difficoltà, le grandi gioie e i grandi dolori, le crisi coniugali e i momenti di pura gioia: sembra ieri.

Questa unione poi ci ha regalato la nostra B.: non è solo questo, ma sarebbe bastato per dire che ne è valsa la pena.

Abbiamo tenuto duro, abbiamo parato i colpi, abbiamo pianto e abbiamo riso, siamo stati fortunati e cocciuti, ci amiamo ancora come quarantacinque anni fa: non so perché, ma è così. Per cui: buon anniversario a noi, caro il mio vecchietto: stand by me.

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compleanno…

Sapete che non c’è 12 febbraio senza un piccolo post per la mia grande bambina ( che forse non è più tanto bambina per l’intero universo, ma lo resta nei vecchi cuori di noi  Nelli).

 

Cara B., mi piacerebbe trovare sempre cose nuove e significative, pregne di senso e mirabolanti, ma purtroppo non sono una scrittrice e sono anche abbastanza banale, retorica e molto “pop”.

Ho cercato ispirazione rileggendo Erma Bombeck in cui mi sono spesso identificata, perché vedevo in lei molte delle manchevolezze e dei pasticci che ho fatto come madre, ma  in realtà, credo che poi ognuna di noi viva sempre in modo diverso  e sopratutto in base ai figli che si ritrova, l’esperienza genitoriale.

Sono stata  pasticciona ed approssimativa nelle cose pratiche, ma molto attenta nelle questioni di maggior peso: ho agito come credevo meglio giorno dopo giorno ed è stata una fatica ricompensata al massimo; non certamente il Mulino Bianco, ma va bene così.

Per inciso. avresti davvero voluto un padre che parla con le galline o, peggio ancora, quei due stucchevoli individui divoratori di Baiocchi?

Nonostante ciò, credo di aver fatto un buon lavoro e tu ne sei la prova vivente e pimpante, anche se un po’ troppo pelata e tatuata per i miei gusti!

Come sempre quindi, affido a qualcuno che tu ben conosci il compito di mandarti il mio cuore:

…………….

Da tanti luoghi vieni,
dall’acqua e dalla terra,
dal fuoco e dalla neve,
da così lungi cammini
verso noi due,
dall’amore che ci ha incatenati,
che vogliamo sapere
come sei, che ci dici,
perché tu sai di più
del mondo che ti demmo.
Come una gran tempesta
noi scuotemmo
l’albero della vita
fino alle più occulte
fibre delle radici
ed ora appari
cantando nel fogliame,
sul più alto ramo
che con te raggiungemmo.

Pablo Neruda

 

sempre sei il mio grande amore.

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porterò con me

ci sono cose della vita universalmente condivise, specie con quelli che ami: grandi e piccoli eventi,gioie, dolori, emozioni di ogni sorta. altre sono solo tue e solo a te appartengono.

queste sono alcune delle cose che porterò con me, se c’è un’altra dimensione ( il più tardi possibile,ovviamente)

porterò con me la cioccolata con panna di un bar di via Breglio con cui mio nonno paterno mi ha curato amorevolmente dopo una lunga malattia quando ero piccola ed il pediatra aveva raccomandato una rigida dieta “in bianco”,

porterò con me le bambole di carta, il latte bevuto con i grissini forati, le scarpe con il tacco ed il rosario con le signorine Bellone a casa della mia amatissima nonna materna,

porterò con me un sorriso di uno sconosciuto ragazzo mai più visto, la prima volta che andai a Parigi, sul Pont Neuf,

porterò con me le risate del mio amore, quando era ragazzo e mi chiamava bidoncino, ignaro del fatto che sarei diventata un oleodotto,

porterò con me la prima mattina con Incorporella, quando l’ho presa tra le braccia e ci siamo dette:”Ma io ti conosco!” e la sensazione della sua manina morbida nella mia ed il sorriso che mi ha fatto gettandosi tra le mie braccia dopo una separazione,

porterò con me la sensazione della guancia liscia della mia mamma e il senso di conforto che mi ha sempre dato sapere che lei era la mia mamma,

porterò con me il discorso silenzioso che ci siamo scambiati il mio papà ed io la sera prima delle mie nozze,

porterò con me le canzoni di montagna di mio fratello e i suoi silenzi e le sue arrabbiature e la consapevolezza di sapere che sarebbe stato comunque dalla mia parte,

porterò con me la mano di Bubu che mi accarezza la testa e mi consola e mi chiama Luisotta,

porterò con me mille e mille volti e sorrisi e momenti (ah, il tramonto a capo Sunion!) di amici persi, ritrovati, mai partiti e mai tornati: non basterebbe un’enciclopedia.

Ma non porterò nessuno e niente di quelli che mi hanno ferita, umiliata, tradita : se penso a tutto il resto, loro non sono nulla.

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trentanove (+5) e non sentirli…

se trentanove anni fa mi avessero detto che avrei festeggiato trentanove, appunto, anni di matrimonio, non so cosa avrei risposto.

forse perché mi sembrava un tempo lunghissimo e lontanissimo e non riuscivo a vedere me ed il mio giovane sposo come un’anziana e ben poco arzilla coppia di vecchietti.

e qui mi faccio l’eterna domanda: cosa ci ha tenuto insieme? cosa ha reso il nostro matrimonio così coriaceo ?

noi litighiamo sempre: siamo la coppia di vecchietti più esasperante dell’intero universo, ci rinfacciamo tutto, dalle chiavi del garage smarrite alla dipartita del canarino dei vicini.

il tempo che passiamo insieme è caratterizzato da me che sbuffo e gli rispondo male e lui che piagnucola e rinfaccia colpe vere o presunte oppure grida, se ne va, sbatte porte.

quando dobbiamo decidere qualcosa sembriamo gli avvoltoi del disneyano libro della jungla: “cosa vuoi fare tu?” – “non lo so, cosa vuoi fare tu?” e così via, finché uno dei due decide e l’altro sbuffa o rinfaccia.

però…state ben attenti, non provateci neppure a fare del male o a parlare male o anche solo a criticare velatamente uno di noi con l’altro, perché vi mangeremo vivi.

a modo nostro, con grande sbattimento, siamo ferocemente e tenacemente avvinghiati; non possiamo stare l’uno senza l’altra e l’amore che proviamo incommensurabilmente per la nostra bimba è una propaggine dell’amore che proviamo tenacemente da ben quarantaquattro anni ( conta il fidanzamento) io per lui e lui per me.

ovvio che lei sia sopra ogni cosa: ma lei è stata un dono, una meraviglia perfetta, una sorpresa fantastica che la vita ci ha riservato.

la coppia siamo noi: un figlio copre un periodo breve della vita, lo ami sopra ogni cosa, ma deve volare via.

noi dobbiamo sceglierci ogni benedetto giorno, invecchiare e dividere i pannoloni e le minestrine insieme, per tutti i giorni della nostra vita, finché morte non ci separi.

e allora, come trentanove anni fa, ti dico “sì”, amore mio. Nessuno potrebbe litigare con me così bene come te.

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