porterò con me

ci sono cose della vita universalmente condivise, specie con quelli che ami: grandi e piccoli eventi,gioie, dolori, emozioni di ogni sorta. altre sono solo tue e solo a te appartengono.

queste sono alcune delle cose che porterò con me, se c’è un’altra dimensione ( il più tardi possibile,ovviamente)

porterò con me la cioccolata con panna di un bar di via Breglio con cui mio nonno paterno mi ha curato amorevolmente dopo una lunga malattia quando ero piccola ed il pediatra aveva raccomandato una rigida dieta “in bianco”,

porterò con me le bambole di carta, il latte bevuto con i grissini forati, le scarpe con il tacco ed il rosario con le signorine Bellone a casa della mia amatissima nonna materna,

porterò con me un sorriso di uno sconosciuto ragazzo mai più visto, la prima volta che andai a Parigi, sul Pont Neuf,

porterò con me le risate del mio amore, quando era ragazzo e mi chiamava bidoncino, ignaro del fatto che sarei diventata un oleodotto,

porterò con me la prima mattina con Incorporella, quando l’ho presa tra le braccia e ci siamo dette:”Ma io ti conosco!” e la sensazione della sua manina morbida nella mia ed il sorriso che mi ha fatto gettandosi tra le mie braccia dopo una separazione,

porterò con me la sensazione della guancia liscia della mia mamma e il senso di conforto che mi ha sempre dato sapere che lei era la mia mamma,

porterò con me il discorso silenzioso che ci siamo scambiati il mio papà ed io la sera prima delle mie nozze,

porterò con me le canzoni di montagna di mio fratello e i suoi silenzi e le sue arrabbiature e la consapevolezza di sapere che sarebbe stato comunque dalla mia parte,

porterò con me la mano di Bubu che mi accarezza la testa e mi consola e mi chiama Luisotta,

porterò con me mille e mille volti e sorrisi e momenti (ah, il tramonto a capo Sunion!) di amici persi, ritrovati, mai partiti e mai tornati: non basterebbe un’enciclopedia.

Ma non porterò nessuno e niente di quelli che mi hanno ferita, umiliata, tradita : se penso a tutto il resto, loro non sono nulla.

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trentanove (+5) e non sentirli…

se trentanove anni fa mi avessero detto che avrei festeggiato trentanove, appunto, anni di matrimonio, non so cosa avrei risposto.

forse perché mi sembrava un tempo lunghissimo e lontanissimo e non riuscivo a vedere me ed il mio giovane sposo come un’anziana e ben poco arzilla coppia di vecchietti.

e qui mi faccio l’eterna domanda: cosa ci ha tenuto insieme? cosa ha reso il nostro matrimonio così coriaceo ?

noi litighiamo sempre: siamo la coppia di vecchietti più esasperante dell’intero universo, ci rinfacciamo tutto, dalle chiavi del garage smarrite alla dipartita del canarino dei vicini.

il tempo che passiamo insieme è caratterizzato da me che sbuffo e gli rispondo male e lui che piagnucola e rinfaccia colpe vere o presunte oppure grida, se ne va, sbatte porte.

quando dobbiamo decidere qualcosa sembriamo gli avvoltoi del disneyano libro della jungla: “cosa vuoi fare tu?” – “non lo so, cosa vuoi fare tu?” e così via, finché uno dei due decide e l’altro sbuffa o rinfaccia.

però…state ben attenti, non provateci neppure a fare del male o a parlare male o anche solo a criticare velatamente uno di noi con l’altro, perché vi mangeremo vivi.

a modo nostro, con grande sbattimento, siamo ferocemente e tenacemente avvinghiati; non possiamo stare l’uno senza l’altra e l’amore che proviamo incommensurabilmente per la nostra bimba è una propaggine dell’amore che proviamo tenacemente da ben quarantaquattro anni ( conta il fidanzamento) io per lui e lui per me.

ovvio che lei sia sopra ogni cosa: ma lei è stata un dono, una meraviglia perfetta, una sorpresa fantastica che la vita ci ha riservato.

la coppia siamo noi: un figlio copre un periodo breve della vita, lo ami sopra ogni cosa, ma deve volare via.

noi dobbiamo sceglierci ogni benedetto giorno, invecchiare e dividere i pannoloni e le minestrine insieme, per tutti i giorni della nostra vita, finché morte non ci separi.

e allora, come trentanove anni fa, ti dico “sì”, amore mio. Nessuno potrebbe litigare con me così bene come te.

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my B.

PETER PAN – J.M.Barrie

Tutti i bambini, tranne uno, crescono. Lo sanno presto che cresceranno e Wendy lo seppe a questo modo.
Un giorno, quando aveva ancora due anni, giocando in un giardino, colse un fiore e lo portò di corsa a sua madre.
C’è da pensare che la bimba, in quell’atteggiamento, sembrasse deliziosa poiché la signora Darling appoggiò le mani
al cuore ed esclamò: “Oh, perché non puoi restare così per sempre?”. Questo fu tutto quanto passò tra di loro
sull’argomento, ma, da allora, Wendy seppe che sarebbe dovuta crescere.
Tutti, dopo i due anni, scopriamo questa verità. I due anni sono il principio della fine.

La mia B., come tutti i bimbi del mondo, ha scoperto presto di dover crescere: forse con la morte del nonno o forse in qualche altro misterioso modo che nessun adulto ricorda.

La consapevolezza di essere cresciuti arriva così gradualmente che probabilmente non c’è persona al mondo che lo ricordi con chiarezza.

Però la mia B. è  ancora sull’isola che non c’è: io vedo in lei una donna forte,coraggiosa,seria e consapevole. Ma so che tiene in tasca i pensieri felici e che una parte di lei è una bambina mai cresciuta, con tante stelline, unicorni e fenicotteri rosa negli occhi e nel cuore ed è anche per questo che la amo tanto.

Non c’è niente di lei che non sappiate e ci sono cose che sappiamo solo noi due da quel momento magico di alcuni anni fa, quando ebbi il privilegio di diventare la sua mamma.

e quelle cose lì, non occorre pubblicarle.

la poesia che ti dedico quest’anno, my B., è di Margaret Mead e spero che ti piaccia.
A mia figlia happy family 114477296358_5221969026_c
Che io non sia inquieto fantasma
ossessivo dietro l’andare dei tuoi passi,
oltre il punto in cui mi hai lasciata
ferma in piedi nell’alba appena spuntata.

Devi essere libera di prendere un sentiero
la cui fine io non senta il bisogno di conoscere,
non ansia molesta di certezza
che tu sia andata dove io volevo.

Quelli che lo facessero cingono il futuro
tra due muri di ben disposte pietre,
ma segnano un cammino spettrale per sé stessi,
un arido cammino per ossa polverose.

Puoi dunque andartene senza rimpianto
lontano da questa terra familiare
lasciandomi un tuo bacio sui capelli
e tutto il tuo futuro nelle tue mani.

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galantuomini ed altro ancora…

genitori

 

Questa fotografia ritrae i miei genitori: volevo parlare di mio padre, perché domani avrebbe cento anni ed io vorrei celebrarlo, ma so che lui si sentiva vivo e felice solo con “la sua bionda” ed allora, voilà, due corpi ed un’anima sola.

Vorrei celebrarlo perché non era un uomo speciale, di quelli di cui parla la Grande Storia, ma, come molti altri, ha fatto della sua vita qualcosa di immenso e meraviglioso, senza essere santo-poeta e navigatore.

Di fatto era quello che un tempo si definiva un galantuomo.

La sua era un’origine contadina, parlava spesso delle sue vacanze da bambino in campagna da certi zii, un po’ rozzi di cui io bambina (scema) talvolta mi vergognavo: ricordo vagamente un pranzo in un ristorante di Savona con gomiti sul tavolo e risate e voci con toni roboanti.

Mio padre no: lui accettava tutti e con tutti sapeva comportarsi; se gli avessero presentato la regina Elisabetta l’avrebbe invitata a casa con somma disinvoltura, anche in presenza dello zio contadino. Le sue uniche discriminanti erano l’onestà ed il rispetto.

Era tornato dalla guerra dopo la prigionia (era stato fatto prigioniero durante la battaglia di El Alamein ) che pesava 38 chili (n.d.a. caso unico in famiglia!), non aveva un soldo e neanche un titolo di studio, ma è riuscito a creare una famiglia agiata, in cui ognuno di noi tre figli ha potuto studiare, andare all’estero, godere di un’infanzia ed un’adolescenza invidiabili.

Non si è mai dilungato molto a parlarci della guerra e ha sempre cercato di nasconderci le difficoltà o i dispiaceri: viveva proiettato nel futuro ed accoglieva ogni novità (soprattutto tecnologica) con entusiasmo da bambino.

Ma in realtà non è questo che ci ha lasciato, questa è solo la superficie, importantissima ma non fondamentale.

Quello che ci ha lasciato sono stati la voglia di vivere, la capacità di ridere e di non prendersi troppo sul serio, l’onestà totale ed assoluta, il senso di responsabilità individuale e il rispetto per tutti senza distinzioni di nessun genere.

Io l’ho visto scendere dalla macchina per difendere una prostituta picchiata, raccattare un tossico dal marciapiede e portarlo in un bar per dargli da mangiare ( non sapeva che al tossico non importava, lui ha solo visto un ragazzo che stava male!), parlare con il cane come fosse una persona e fare il nonno di Bea con una tenerezza che non sapevo.

L’amore per mia madre è stata una cosa enorme: mi ha dato sicurezza per anni.

Non lo voglio santificare: aveva un sacco di difetti ed era un uomo della sua epoca, alcune cose che faceva mi hanno anche irritato, ma era quello che un tempo si definiva galantuomo e non credo esistano parole nuove o migliori per descriverlo.

Forse da bambina l’ho amato solo perché era mio padre, ma da adulta vi posso dire con assoluta certezza che lo amo ancora proprio per quello che era, per l’uomo che era e l’eredità che mi ha lasciato è immensa.

Mi sarebbe piaciuto vederlo arrivare a 100 anni: avrebbe giocato con me a Criminal Case.

 

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il mio ragazzo

“Ieri sera sono andata a mangiare la pizza con il mio ragazzo. Lui mi piace molto, ha un bel sorriso aperto e mi fa sempre sentire serena. Spero che questa volta, dopo tante delusioni, possa durare.

Lui mi porta al cineforum con la tessera della sua ex (è pur sempre un ragazzo e, come tale, un po’ bastardo dentro…), è un po’ troppo mammone e fa troppe prediche, ma nessuno è perfetto.

Si veste malissimo e se gli regalo qualcosa, sua mamma la ripone, perché bisogna prima consumare i vestiti da profugo, poi..si vedrà.

Comunque io mi sono presa una gran bella cotta per lui e ci passo sopra: è così carino, così simpatico e pieno di piccole attenzioni.

Quest’estate (se dura!) andremo in vacanza in Toscana insieme; abbiamo pochi soldi, ma non importa: saremo insieme e staremo benissimo.

Quando fa la guardia medica di notte, arriva da me al mattino presto o mi lascia dei bigliettini sul tergicristallo della macchina ed io lo amo molto per questi piccoli gesti.

E poi chissà..magari è davvero quello giusto e ci sposeremo ed avremo una bambina che sarà meravigliosa e dopo forse anche un maschio…chi può dirlo?

Per adesso andiamo avanti e chi vivrà vedrà.”

 

Ecco: ieri sera guardavo mio marito camminare davanti a me, chiacchierando con il suo amico, vedevo il suo passo stanco e la sua capoccia grigia e pensavo quelle cose e mi sono detta, al di là delle liti, dei problemi e dei momenti difficili, mi sono detta che quello è ancora il mio ragazzo, da ben 43 anni ed io continuo a provare amore e tenerezza per lui come in quel lontano dicembre e davvero ci siamo sposati e davvero abbiamo una meravigliosa bambina e…che culo!

 

 

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io sono pop

Io sono pop. Proprio nel senso di popolare, anzi popolana. Parlo a voce (troppo) alta, dico parolacce ( non sempre, ma spesso), non ho stile nel vestire, non mi so pettinare, non so abbinare gli accessori, la mia casa non è chic e mi sono resa conto di amare moltissimo libri, film e musica decisamente pop.

In realtà è stato un consapevole cruccio da anni, ma mascheravo questa mia peculiarità in qualche modo per ragioni “socio-cultural-lavorative” e perché, diciamolo pure, un pochino me ne vergognavo.

L’altro giorno però, mentre ascoltavo la musica dal mio PC, guardando i libri sparsi nel mio studio, ho capito che davvero mi piace la musica.TUTTA. E davvero amo leggere. TUTTO. Manco totalmente di selettività: unico criterio di scelta è lo stato d’animo.

Posso passare con indifferenza assoluta dalla Sinfonia Spagnola di Lalo ad Al Bano. Ascolto gli Abba, il Country, i REM, i Beatles, la musica lirica con la stessa passione e partecipazione con cui altri vanno all’Auditorium a sentire concerti da camera (dove io non vado perché mi addormento).

Per non parlare di Vasco. E di Puccini.

Ogni singolo pezzo che ascolto mi riporta attimi di vita, faccio mie le parole e le adatto a me: un animo di fanciulla romantica imprigionato nel corpo di una vecchia ciabatta, si libra e fantastica.

Idem dicasi per i libri: posso rileggere “Piccole Donne” e piangere quando muore Beth, posso sognare su alcune pagine dei tanti libri nuovi che la mia B. mi procura e sono perdutamente innamorata del Commissario Ricciardi.

Ditemi la verità: preferite “Via col vento” o “Moby Dick”? Puccini o Berg?

Io non  ho dubbi: sono pop. Vasco e Rossella forever. Nostalgia canaglia.

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pensieri nebbiosi

questo post è nato in un parcheggio avvolto dalla nebbia, alle sette del mattino, in macchina.

e no, non aspettavo il mio amante: aspettavo le mie colleghe per andare ad un convegno sulla violenza di genere e così mi è scattato un pensiero sugli uomini della mia vita che, con una sola eccezione, sono stati e sono così diversi dai mostri che tante mie sorelle di genere si trovano ad affrontare e ho pensato che ho avuto fortuna e questa fortuna è cominciata dalla  nascita in una famiglia come la mia.

dagli uomini alle donne il pensiero è volato quasi senza che me ne accorgessi a quelli che ho perso e, data la mia verde età, non riesco a citarli tutti: nonni, genitori,fratello, il mio grandissimo adorato amico Bubu, Lois e tanti ancora, troppi.

Vi confesso una cosa: non è vero che il tempo sana le perdite: forse le cicatrici sanguinano meno con il trascorrere dei giorni, ma la mancanza di chi hai amato ferocemente, che dava senso e forza al tuo esistere, non è sanabile.

La cadenza dei giorni, i superstiti, quelli che hai ancora e che ami anche più ferocemente sono indubbiamente alito vitale e gioia profonda, ma quel senso di perdita incolmabile non passa.

ogni persona della mia vita ha rappresentato un “unicum”: forse ho scordato le voci, un particolare del viso, ma le emozioni, i profumi, le sensazioni profonde non le dimentico.

ed ecco il profumo del dopobarba di mio papà ed il suo passo sulle scale; il viso di mia madre e la sua risata che mi facevano sentire al sicuro; le imprecazioni e le orribili canzoni di montagna di mio fratello che, a modo suo, mi ha sempre amata e protetta;  io appoggiata sul petto di Bubu e la sua mano sulla mia testa, così consolante, così accogliente, la fine di ogni tristezza in quella carezza.

lois che guida il maggiolone, ride e mi sfotte per gli errori di inglese  e in quel preciso istante siamo sorelle-gemelle e continuiamo così, sospese in eterna giovinezza per 42  anni di telefonate, lettere, chat fino al momento in cui mi dice addio tramite sua sorella da una stanza in pieno sole a migliaia di  chilometri di distanza.

per me loro non se ne sono andati, ma voi fatemi un favore: restate con me, in carne ed ossa e a portata di voce il più a lungo possibile: a chi posso rompere le palle, altrimenti?

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